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Il ruolo dell’Italia nelle missioni internazionali di supporto alla pace

In un momento storico in cui si avverte forte il segnale di aiuto, dettato dal clima sempre più incerto per il futuro, è importante mantenere vivo il livello di attenzione e di prontezza dello strumento militare. L’obiettivo è scongiurare pericolose derive dei fenomeni in atto, di per sé già oltremodo critici.

Indice dei contenuti

Il quadro di riferimento internazionale

Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, il mondo bipolare dominato da Stati Uniti e Unione Sovietica, che aveva comunque dato decenni di equilibrio, sembrava profilare un futuro fiducioso. Una sorta di caos calmo ma foriero di nuove opportunità anche in tema di democrazia.

Nuovo ordine mondiale:

Inizialmente si pensava che l’unipolarismo americano avrebbe caratterizzato il nuovo ordine mondiale. Tuttavia, l’ascesa di nuove potenze come la Cina e la Russia, l’emergere di nuovi attori non statali come le organizzazioni terroristiche e la crescente interdipendenza globale hanno portato a un quadro geopolitico più complesso e multipolare.

Quali sono le caratteristiche del nuovo scenario:

  • Maggiore fluidità e imprevedibilità: non esiste più un unico blocco dominante in grado di dettare l’agenda globale. Le relazioni di potere sono più fluide e in continua evoluzione;
  • Molteplicità di attori: oltre agli Stati nazionali, un numero crescente di attori non statali come le organizzazioni terroristiche, le multinazionali e le ONG influenzano la scena internazionale;
  • Conflitti asimmetrici e ibridi: le guerre tra Stati sono meno frequenti, mentre si verificano con maggiore frequenza conflitti non solo asimmetrici ma sempre più ibridi come guerre civili, insurrezioni e terrorismo;
  • Nuove minacce transfrontaliere: terrorismo, cyberwarfare, pandemie e cambiamenti climatici sono minacce globali che richiedono una cooperazione internazionale.

La natura e la tipologia delle crisi che si sviluppano sulle diverse aree del mondo richiedono dunque prioritariamente il ricorso ad azioni integrate – politiche, economiche, diplomatiche, di cooperazione – con un alto grado di coordinamento multidisciplinare – ma spesso richiedono un intervento della componente militare, quale indispensabile cornice di sicurezza per iniziative di stabilizzazione e ricostruzione.

Questo nuovo quadro di riferimento geostrategico internazionale, dagli orientamenti ormai consolidati, evidenzia una crescente complessità delle operazioni future, che devono essere necessariamente sostenute da una continua rivisitazione e aggiornamento dello “strumento” militare in tutti i suoi aspetti. In questi ultimi anni le Forze Armate hanno dovuto modificare la propria organizzazione non solo per motivi dettati dal nuovo modello di difesa e quindi di ordine funzionale e strutturale ma anche per adeguarsi a motivi di carattere meramente tecnologico al fine di essere in continua aderenza all’avanzare del processo scientifico e parimenti essere sempre al passo con gli altri paesi dell’alleanza atlantica. Concetti dunque proiettati su uno scenario tecnologico decisamente avanzato, che postula risposte coerenti proprio sul piano tecnologico e dell’organizzazione logistica in tutte le sue molteplici espressioni. Ne è derivato perciò un adeguamento alle esigenze operative del quadro geostrategico attuale, che richiede modalità di intervento estremamente flessibili e tempestive e con strumenti capaci di integrazioni interforze e multinazionali sempre più spinte.

Questo si conferma dunque l’alveo in cui la Comunità e le Organizzazioni Internazionali restano i pilastri di riferimento e dovranno far sentire la propria voce, in un momento storico in cui si avverte forte il segnale di aiuto dettato dal clima sempre più incerto per il futuro e che impone di mantenere vivo il livello di attenzione e di prontezza dello strumento militare per scongiurare pericolose derive dei fenomeni in atto, di per sé già oltremodo critici.

Sono proprio l’ONU, l’Unione Europea e la NATO che rappresentano il fulcro delle nostre relazioni internazionali e, quindi, anche gli ambiti in cui la Difesa e le Forze Armate sono portate ad operare.

In ambito NATO, i punti chiave riguardano la lotta al terrorismo internazionale, con la costruzione della pace e della stabilità oltre l’area euroatlantica, lo sviluppo di capacità operative, secondo i propri standard e le attività correlate al progressivo allargamento a nuovi membri. Ma soprattutto la grande attenzione della “nuova” minaccia ad est con il risveglio dell’orso russo che, nonostante l’avviato da tempo processo di snellimento e professionalizzazione, pensava di poter facilmente avere la meglio nella campagna in Ucraina. Invece, si sono appurate le difficoltà che l’esercito russo ha dimostrato a causa della inadeguatezza, proprio in una guerra su larga scala.
Nel contesto dell’Alleanza, l’Italia ha sempre fornito un significativo contributo, sia qualitativo sia quantitativo, che ha consentito di stabilizzarci in media quale quarto paese contributore di forze militari.

In ambito Unione Europea, si è assistito allo sforzo profuso verso lo sviluppo della politica di sicurezza e difesa comune (PSDC, che è parte integrante della PESC ossia politica estera e di sicurezza comune dell’UE), al fine di garantire sicurezza e stabilità nelle aree di crisi, principalmente attraverso processi politici, sociali, culturali ed economici, ma anche con attività militari. In tale contesto, gli obiettivi strategici del nostro Paese, in armonia con gli esiti del Trattato di Lisbona, sono: contribuire a migliorare le capacità militari europee secondo precisi standard, assicurare stabilità e accrescere la cooperazione con altre organizzazioni internazionali, in particolare con la NATO.

A ciò si aggiunge l’impegno dell’Italia in ottemperanza alle Risoluzioni ONU, volto a promuovere sicurezza e stabilità in diverse aree di crisi transnazionali, confermato dalla partecipazione di rilievo alle operazioni gestite direttamente dall’ONU, come nel caso dell’Operazione UNIFIL in Libano.

Il Comprehensive approach

Dall’esame delle principali aree di crisi, emergono da un lato segnali di miglioramento provenienti da alcuni Teatri operativi, ma dall’altro anche la necessità di mantenere alto il livello di attenzione in merito sia all’evoluzione delle questioni mediorientali segnatamente all’eterno conflitto israelo-palestinese con l’appendice relativa alla questione Yemenita. Quest’ultimo con le note implicazioni sul mar rosso e sulla navigazione commerciale, stante il ruolo dei ribelli Houthi a supporto della lotta palestinese, ma soprattutto allo sviluppo del citato conflitto Ucraina-Russia. Per quanto attiene all’Italia, dunque, la partecipazione nazionale alle missioni dell’ONU, della NATO e dell’EU, continua a rimanere di notevole spessore a dimostrazione del riconoscimento internazionale dello sforzo italiano nella gestione delle crisi. Ma quello Militare costituisce solo uno dei principali strumenti a disposizione del livello politico da mettere in sistema con le componenti diplomatica, economica e della cooperazione, concretizzando di fatto l’ormai popolare comprehensive approach, tanto declamato in ambito internazionale, che l’Italia applica in ogni circostanza, tanto che da più parti siamo considerati precursori e assai apprezzati per l’efficacia della “via italiana” per la gestione delle crisi internazionali.

In tale quadro,gli orientamenti ormai consolidati evidenziano una elevata complessità delle operazioni future che attengono al deciso contrasto al terrorismo, all’aiuto alla riforma della sicurezza dei paesi (security sector reform), all’addestramento della polizia, non proliferazione delle armi di distruzione di massa etc., e sottintendono potenzialità capacitive per il contrasto di minacce sia secondo l’accezione classica del termine sia quelle nuove e non convenzionali (hibrid warfare), a connotazione multinazionale nell’ambito delle strutture di sicurezza internazionali (ONU, UE, NATO).

Le ragioni della difesa e della sicurezza ormai da tempo sono non più confinate all’interno del territorio nazionale ma, in un continuum logico, sono anche proiettate fuori di esso, ove si palesi un rischio diretto o indiretto per il nostro Paese e per le alleanze o le organizzazioni a cui abbiamo aderito e delle quali condividiamo valori e finalità.

Le missioni di supporto alla pace (PSO)

Le missioni di supporto alla pace, allora, sono in buona misura il risultato del nuovo contesto globale di “insicurezza” nel quale vi è ormai la piena coscienza del fatto che la stabilità e la sicurezza sono un bene comune e condiviso, al quale tutti nell’ambito della comunità internazionale devono contribuire.

Le Peace Support Operations (PSO), che si inquadrano nella più ampia famiglia delle Operazioni Militari Diverse dalla Guerra (MOOTW), devono continuare a rispondere ai principi di qualsiasi operazione militare, ma in più va specificato che:

  • l’obiettivo ad ogni livello deve essere congruente e funzionale al mandato ricevuto;
  • la lunga durata di questo tipo di operazioni richiede perseveranza e pianificazione accurata in relazione agli obiettivi;
  • il coordinamento tra tutte le componenti del contingente deve perseguire l’unità degli sforzi verso l’obiettivo;
  • la lunga durata e la mutevolezza dello scenario richiedono elevata flessibilità a tutti i livelli;
  • la particolarità del compito, il mandato e l’interazione continua con agenzie non militari impone limiti peculiari alla possibilità d’azione dei comandanti militari;
  • la percezione della legittimità dell’operazione da parte sia dei locali sia della comunità internazionale è un settore critico e delicato, vulnerabile ad offese di chi desideri il fallimento dell’operazione;
  • il concetto di sicurezza, diritto intangibile del contingente militare, deve tener conto del fatto che non si agisce in un contesto “bellico”, e che le minacce possono e devono essere trattate con la massima attenzione ma sempre entro i limiti imposti dal mandato (ROE);
  • il consenso, l’imparzialità, la credibilità, il mutuo rispetto, la trasparenza e la libertà di movimento delle truppe, insieme alla cooperazione civile-militare e ai collegamenti con gli altri attori agenti nello scenario, sono i fattori del successo della missione.

Quale il loro impatto sugli strumenti militari tradizionali?

Tali caratteristiche hanno avuto sulla struttura degli strumenti militari un impatto non indifferente. Premesso che le Forze Armate devono comunque essere pronte al peggiore dei casi, cioè una guerra classica, l’incremento degli impieghi in PSO ha portato a:

  • inserire nei programmi addestrativi fasi “ad hoc” per tale impiego, essendo richiesto ad ogni militare un comportamento ed un approccio mentale ai problemi nelle PSO radicalmente differente da quello usuale;
  • le forze “pesanti” hanno perso parte del ruolo centrale che avevano occupato dal 1939 in avanti, lasciando nuovamente spazio a forze leggere, molto più adatte alla maggior parte delle PSO, più facilmente ridislocabili e con buone capacità di movimento su strada, oltre che avere un impatto molto meno aggressivo sulle popolazioni locali. Le forze pesanti in PSO conservano però il fondamentale ruolo di deterrente, ruolo che può poi tornare centrale in caso di Peace enforcing;

Infine, non si può sottacere che il sempre più intenso impiego in PSO delle Forze Armate sta causando un’eccessiva usura dei mezzi, del personale e sta erodendo la capacità dello strumento di rispondere ad una minaccia convenzionale.

Queste missioni, dunque, hanno una loro forte razionalità e motivazione, in termini sia della nostra sicurezza sia di efficacia. Gli oneri che sosteniamo con le missioni internazionali per contribuire a contenere l’instabilità sono di gran lunga inferiori ai costi sociali ed economici che la comunità internazionale, e quindi l’Italia in quanto membro della stessa, sarebbero chiamati a sostenere a causa delle ripercussioni dirette e indirette dei conflitti nel mondo.

Il ruolo italiano

È in questo contesto di razionale e condivisa responsabilità che l’Italia opera con continuità sotto l’egida delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, cioè dei cardini di riferimento internazionale, come è doveroso per un Paese che ha ben presente gli obblighi che gli derivano dall’essere un membro autorevole e responsabile della comunità degli Stati.

L’Italia, dunque, continua ad essere in prima fila nella contribuzione alla tutela della pace e della sicurezza internazionale in termini altamente significativi per i livelli qualitativi (oltre che quantitativi) di personale e mezzi impiegati, per la sua diversificazione geografica e tra le varie egide multilaterali che vi sono comprese. Fra gli elementi riconosciuti da tutti gli interlocutori internazionali figura lo spiccato profilo di un “approccio italiano” senz’altro all’avanguardia quanto a sinergie e complementarità tra la dimensione civile e quella militare delle operazioni di stabilizzazione e mantenimento della pace. L’approccio italiano è inoltre caratterizzato dalla messa a disposizione delle nostre capacità per affiancare il mantenimento/ripristino di condizioni di autogoverno locali. In tale ottica l’accento posto sull’addestramento delle forze militari locali ovvero di polizia consente la messa in condivisione delle nostre esperienze formative. Ciò valorizza ed accresce la partecipazione a quelle missioni dai contenuti correlati alla ricostruzione di capacità operative o di gestione. Il cosiddetto capacity building. Tale modus operandi permette, quando giungano meno le necessità della presenza attiva militare e civile internazionale, una più rapida ownership delle politiche di sicurezza al livello locale. È dunque un tracciato rispondente agli indirizzi strategici della politica estera di difesa e sicurezza dell’Italia, nell’ambito degli interventi internazionali di gestione delle crisi e di stabilizzazione. È proprio in tal senso che l’Italia mira complessivamente a contribuire ai vari livelli europeo, transatlantico e globale, non soltanto avvalendosi dello strumento militare, per dare risposte coordinate alle nuove minacce e alle nuove sfide.

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